Ciao a tutti da Andrea e Martina, quei due giovani sposini del paesello tranquillo, eccoci con un nostro nuovo racconto.
BUONA LETTURA
Vivevano in un vortice di desiderio che li consumava. Era il periodo prima del piccolo Luca, quando ogni angolo della loro nuova casa era un campo di battaglia per il loro amore selvaggio. Il compleanno di Andrea era passato in un lampo, tra risate di amici, abbracci di famiglia e regali scontati – tranne uno. Un amico, proprietario di un sexy shop, gli aveva strizzato l’occhio porgendogli una boccetta di spray ritardante. “So che a te e Martina piace fare i porci,” aveva detto ridendo, “questo ti fa scopare come un toro per ore, senza venire. Provatelo,non venne pentirete.” Andrea aveva ghignato, infilando il regalo in tasca, già immaginando come avrebbe sfondato Martina con quel trucco.Era un sabato sera, qualche giorno dopo. La settimana era stata un inferno: turni massacranti, niente tempo per toccarsi, solo qualche emoji zozza – cazzi duri, fiche gocciolanti, diavoletti che ammiccavano – a scaldare l’aria tra loro. “Facciamo un apericena,” propose Martina, gli occhi già lucidi di voglia mentre si preparavano. “Andiamo al bar di quel paesino vicino, beviamo, mangiamo stuzzichini… poi vediamo.” Andrea annuì, il cazzo già mezzo sveglio nei jeans al pensiero di lei. Al bar, l’atmosfera si fece subito elettrica. Il primo spritz scese come acqua, il secondo accese scintille. Seduti a un tavolino d’angolo, iniziarono a chiacchierare: dal lavoro, con i suoi capi stronzi, scivolarono in fantasie perverse. “Sai cosa farei in ufficio?” sussurrò Martina, la voce roca, le cosce strette sotto il tavolo. “Mi farei scopare da te sulla scrivania, con la porta socchiusa, mentre gli altri sentono i miei gemiti.” Andrea rise, duro come il marmo. “E io ti prenderei a pecora contro la fotocopiatrice, zozza mia, col tuo culo che balla.”Lei si morse il labbro, gli occhi languidi che gridavano sesso. “Sai che ho messo quel perizoma sottile che ti fa impazzire?” sussurrò, sfiorandogli la mano. “Sto già bagnata, amore.” Fu la goccia: Andrea voleva strapparle i vestiti lì, ma il bar era troppo affollato. “Andiamo a casa,” grugnì, pagando in fretta. “Voglio sfondarti in privato.” Lei annuì, la fica che pulsava sotto il vestitino leggero.A casa, l’aria estiva era densa, i balconi spalancati che lasciavano entrare la brezza – e il rischio che qualche vicino curioso li beccasse. Si spogliarono rincorrendosi nudi per casa, ridendo come adolescenti, fregandosene del mondo. Andrea, in bagno, mise lo spray sul cazzo, sapendo che avrebbe sacrificato un pompino – “Sa di chimico, ma vaffanculo, stasera ti sfondo fino a domani,” pensò. Tornò in camera, dove Martina lo aspettava, sdraiata sul letto come una regina del peccato, le gambe aperte in un vedo non vedo, la fica grossa e succosa che luccicava sotto la luce fioca.La guardò, innamorato perso: “Cazzo, sei maestosa.” Si buttò su di lei, baciandola con fervore e passione, la lingua che danzava nella sua bocca, poi giù sul collo, mordicchiando i capezzoli duri come sassolini, scendendo sulla pancia fino alla sua fica perfetta. La leccò come un ossesso, la lingua che affondava tra le labbra bagnate, succhiando il clitoride finché lei non iniziò a tremare. “Dio, sì, mangiami!” gridò, afferrandogli la testa e spingendolo più a fondo. Infilò un dito nel suo culetto stretto, sentendola vibrare come una corda di violino. Martina venne in un lampo, il corpo che si inarcava, i gemiti che squarciavano il silenzio. “Scopami, ti prego!” implorò, gli occhi selvaggi.Andrea non se lo fece dire due volte. Il cazzo, duro come acciaio grazie allo spray, sembrava anestetizzato ma pronto alla guerra. La penetrò con un colpo secco, la fica di lei che lo avvolgeva come un guanto bollente. Non sentendo nulla, iniziò a martellarla, forte, senza sosta, i fianchi che sbattevano contro di lei in un ritmo brutale. “Cazzo, sì!” urlava Martina, venendo una seconda volta, poi una terza, il corpo che si contorceva sotto di lui, la patata che schiumava di piacere. “Girati, troia,” ringhiò lui, mettendola a pecora. Le afferrò i capelli, tirando forte, e la montò come un animale, le palle che sbattevano contro il clitoride con un ciac ciac osceno. Lei mugugnava, persa, versi gutturali che non erano più umani – una bestia in calore, la sua porca perfetta.“Ti piace essere sbattuta come una troia, eh?” grugnì, pompando senza pietà. “Sì! Adoro il tuo cazzo!” gemette lei, le gambe che tremavano. “Dimmelo, cosa vuoi di più?” “Sbattimi forte, chiamami troia!” urlò, e Andrea perse ogni freno. La girò di nuovo, a pancia in su, spalancandole le cosce e affondando ancora, il letto che scricchiolava come se dovesse crollare. Martina urlava come una pornostar, suoni che non aveva mai fatto in casa – “Dio, sì, fottimi!” – e lui si sentiva il suo stallone da monta, il re del porno che la faceva sua. Per oltre mezz’ora la scopò senza sosta, lo spray che lo trasformava in una macchina del sesso, la fica di lei così bagnata che scivolava senza resistenza, ribollente di succhi.Quando l’effetto dello spray iniziò a svanire, fu come un’esplosione di sensi. Sentì ogni centimetro della sua patata stretta, ogni contrazione, ogni pulsazione. “Cazzo, sto per venire!” grugnì, le palle che si tendevano. “Sborrami dentro, fammi tua!” urlò lei, e Andrea diede tutto: colpi così forti che il letto si spostò, il ciac ciac delle palle contro la sua fica e culo che echeggiava come un tamburo. Venne in un’eruzione, schizzi caldi che la riempivano, mentre Martina schiumava come una lumaca, il corpo scosso da un ultimo orgasmo devastante.Si accasciarono, distrutti, sudati, il respiro pesante. Lei lo guardò, ancora tremante: “Porca puttana, cos’eri oggi? Un toro del cazzo! Mi hai scopata come un animale.” Lui rise, confessando dello spray. “Stronzo porco,” ridacchiò lei, accoccolandosi sul suo petto. “Però… niente più robe così, ok? È più bello quando dura il giusto, quando sento ogni tuo spasmo. Ma teniamolo per le serate da veri maiali.” Parlarono del più e del meno, nudi stesinsul letto, il mondo fuori dimenticato. Più tardi, si alzarono, si vestirono e andarono a prendersi un gelato sotto la luna, guardandosi negli occhi senza bisogno di parole. Ogni sguardo diceva tutto: amore, perversione, complicità. Il loro segreto, sigillato in una notte di fuoco che non avrebbero mai dimenticato.
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