Ciao a tutti! Eccoci di nuovo qui: Andrea e Martina, la coppia del paesello tranquillo dove le giornate scorrono pigre. Dopo l’evento della doppia del primo racconto, avevamo scoperto il sesso anale! In un’epoca d’oro: quando eravamo solo fidanzati, prima del matrimonio e del piccolo Luca. Anche se avevamo già casa, il car sex era il nostro rituale preferito.Per la lunghezza del racconto divideremo il tutto in due capitoli. BUONA LETTURA.
Capitolo 1: Il Plug e il Gioco IniziatoDopo quell’esperienza travolgente con il dildo – la doppia penetrazione che li aveva mandati in estasi – Andrea era entrato in fissa totale con il culo perfetto di Martina, quel buchetto stretto e invitante che si contraeva come una promessa di peccato. Avevano provato solo anale, e sì, le era piaciuto: “Mi fai piacere, porco,” gli aveva sussurrato lei una notte, mentre lui la sfondava piano, facendola gemere come una troia in calore. Ma Martina era sincera, con quel suo sorriso malizioso: “Godo da dio, amore, ma la mia fica… cazzo, quella mi fa vedere le stelle. Calda, bagnata, ci infilo il tuo cazzo come se fosse casa mia.”Fu in uno di quei periodi di astinenza – brevi ma intensi, con il lavoro che li teneva separati e la casa libera solo per cene frettolose – che Andrea vide quel trend sui social: ragazzi che regalavano ovetti vibranti alle fidanzate, li accendevano a sorpresa per strada e riprendevano le reazioni dei rossori deliziosi. La sua mente perversa partì al galoppo. Non uova, no: lui voleva il culo di Martina. Ordinò un plug anale vibrante, piccolo e discreto – un gioiellino nero con una base a forma di cuore, ma con una potenza che prometteva terremoti. Arrivò in un pacchetto con fiocco rosa, e Andrea non resistette: le mandò un messaggio con l’emoji del maialino, poi un link al trend, e infine una foto del pacco. “Per te, con amore,” aveva scritto, il cazzo già mezzo duro solo a pensarla.Martina rispose dopo un’eternità di tre minuti: la sua emoji diavoletto preferito, con la codina e il sorrisetto da birbante.Quella sera, a casa – solo loro due – dopo una cena leggera, Andrea le porse il regalo con un ghigno. Lei lo aprì, arrossendo fino alle orecchie, gli occhi che saettavano dal plug al suo viso. “Sei il solito porco depravato,” mormorò, ma la voce era roca, tradita da quel rossore che le saliva dal collo, e dal modo in cui si mordicchiava il labbro. “Però… mi piace l’idea.” Stanca com’era, però, niente sesso quella notte. Andrea non si scompose: “E se lo provassimo domani? Sabato, cena fuori in quel ristorantino vicino al lago. Lo indossi tu, e io tengo il telecomando. Giochiamo, troietta mia.”Lei arrossì di nuovo, un misto di eccitazione e timore. “Ci penso,” disse, ma Andrea sapeva: il tarlo era piantato. L’indomani, al lavoro, il telefono vibrò con uno sticker hard che gli fece schizzare il sangue al cazzo: una ragazza bendata che si prendeva un cazzo grosso nel culo, le labbra spalancate in un urlo di goduria. “Dove mi porti a cena?” aggiunse lei.Sabato sera, si presentarono al ristorante – un posticino intimo con vista sul lago, luci soffuse e tovaglie bianche – lei in un tubino nero aderente che le fasciava le curve come una seconda pelle: spacco laterale che lasciava intravedere la coscia, scollatura profonda che tradiva i capezzoli duri come sassolini. Andrea la guardava, morendo dalla voglia di strapparglielo di dosso. Durante la cena – antipasti di pesce, un risotto cremoso che scivolava giù come seta – lui iniziò a stuzzicarla. Il cameriere, un ragazzino di vent’anni con guance da pesca e un’aria da bravo ragazzo, si avvicinò per le ordinazioni. Andrea premette il bottone sul comando: vibrazione bassa, un ronzio subdolo nel culo di Martina. Lei sussultò, le posate che tintinnarono, il viso che si imporporava. “Tutto bene, signorina?” chiese il cameriere, fingendo nonchalance, ma i suoi occhi erano scivolati sulla scollatura, sui capezzoli che puntavano come frecce.“Benissimo,” balbettò lei, stringendo le cosce. Il cameriere se ne andò, e Martina lo fulminò: “Stronzo che non sei altro! Per poco non gemevo davanti a quel poveretto. Mi hai fregata.” Andrea rise basso, il cazzo che premeva contro i pantaloni.“Non preoccuparti, ha già visto i tuoi segnetti. Quei capezzolini duri come diamanti… gliel’hai servito su un piatto d’argento, porca.” Lei, già eccitata, con la fica che pulsava intorno al vuoto, ribatté con un sussurro roco: “Visto? Chissà, magari stasera gli faccio vedere qualcos’altro. Ti eccita, eh, farti eccitare dal mio fascino?”La cena divenne un gioco di vibrazioni: alta quando parlavano di lavoro, bassa durante tanti brindisi al vino rosso che li scioglieva. “Guarda quanto è porca la tua mogliettina,” gli soffiò lei a un certo punto, le guance accese, la mano che sfiorava la sua sotto il tavolo. Arrivò il momento del dolce: lei chiamò il cameriere per scegliere il dolce con un “Oh, non so proprio cosa prendere…” e si chinò in avanti, la scollatura che si apriva come un invito, il seno che ballonzolava in quel vedo-non-vedo da infarto. Andrea vide il ragazzino ingoiare saliva, il viso rosso come un peperone, e sì, cazzo, il rigonfiamento nei pantaloni che tradiva la sua eccitazione. Prese l’ordinazione a fatica e filò via.Lei si voltò verso Andrea, gli occhi scintillanti di malizia e imbarazzo. “Non ci credo… l’ho fatto. Sono proprio una birbantella depravata.” Risero piano, tra l’erotico e il ridicolo, mentre finivano il tiramisù. Poi, il digestivo: lei si alzò. “Vado in bagno.” Pochi minuti, e il telefono di Andrea vibrò. Una foto da urlo: Martina in bagno, mutandine appallottolate in mano, il plug lucido nella mano accanto, rimosso. “Preferisco un cazzo vero” c’era scritto. Tornò al tavolo con aria nonchalance, sorseggiò il limoncello e, sotto il bordo, gli passò le mutandine: zuppe, calde di umori. “Lo so che il mio culetto va allenato, ma la mia patata sta piangendo… ha fame di te.”
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